Roma 16 luglio 1902
Mio Signore
Al promisi che non avrei fatto opposizione alla Sua domanda per le “lett. Mod. comp.”, non promisi di appoggiarla. Questo non avrei potuto fare, perché una domanda simile era stata fatta dal , e io che avevo avuto ambedue a scolari, sentivo il dovere di astenermi da qualunque voto, se non riuscivo a impedire fra loro un conflitto. A tale scopo anzi andai dal e gli dichiarai che non avrei potuto appoggiare la Sua domanda finché il manteneva la sua, e la stessa dichiarazione feci più tardi al , mentre pur lo consigliavo di abboccarsi col , sperando che da un colloquio fra loro si sarebbe potuto venire a un accordo. Ma il al mio consiglio prima titubò, poi disse di non volerne sapere e mi richiese insistentemente che io appoggiassi la sua dimanda. Gli ricordai allora la mia posizione delicata in cui mi trovavo, e gli feci osservare che, se io mi fossi astenuto dal voto, ciò non poteva riuscire di pregiudizio a lui, perché tutta la facoltà comprendeva la causa della mia astensione. Il allora, lungi dal tener conto di quanto gli avevo detto, cominciò a dare in escandescenze, e giunse a queste parole: lei non mi vuole a Roma; l’ me l’aveva già detto! È lei stesso che ora mi ha fatto sorgere contro un competitore nel !
Nelle prossime votazioni accademiche lascerò in bianco la filosofia! In quanto alla storia, permetta che raccomandi alla sua considerazione i titoli del , candidato a uno dei posti di corrispondente.
Il spero di vederlo questa sera al Consiglio. Se no, aspetterò ancora qualche giorno prima di andar da lui, non essendo terminata la discussione del bilancio della P. I.
Mi voglia bene e mi abbia sempre
Suo aff.mo