Milano, 2. 1. ’907
Carissimo e onorevolissimo amico;
La ringrazio vivamente della buona e confortante risposta che Le è piaciuto
dare jeri stesso al mio telegramma, e insieme
Le chiedo scusa di aver dovuto mancare alla mia promessa di riscriverle
ancora, jeri stesso, per la posta.
Di vecchie note, non mi rimaneva di urgente, se non il grido del buono e
bravo , che in mezzo al tumulto per
Pisa, mi riportava, accennando
insieme agli altri amici alla Toponomastica impresa. Ma, se io tacqui, non fu di certo per
disinteresse; fu per importanza e fu in ispecie per la persuasione che ogni
mia parola riuscirebbe superflua presso di Lei o presso il .
Quanto al ,
sentivo nell’ango, il naturale desiderio che tra gl’intimi non fu
dimenticata l’antica e tenacissima e per me divota amicizia che aveva
stretto i due morti o morenti.
Oggi rasserenatesi alquanto le cose, mi tornan in prima linea alcune
coserelline recenti, che forse, apprese da Lei, non gli dispiacerebbero;
come per esempio una denominazione generosamente conferitami dal .
, rettore ormai dell’ , nel
discorso inaugurale, e della domanda, assolutamente privata, quantanni pochi
giorni dopo, dal , logico dell’
, di mandare il mio ritratto per
esservi unito, nell’aula degli studi, con quelli di , e ; - oppure dell’ingegnoso modo col quale
(figlio di ) trovò d’intrecciare il nome del col mio povero nome nella solenne
commemorazione dello Zensj, tenutasi nell’. Ogni cosa, bene inteso, sempre
rimessa al giudizio Suo, di cui sono in gran fretta, ma con grandissima
riconoscenza,